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lingotti · verifica · LBMA

Come si verifica l’autenticità dell’oro da investimento

Marchi, numero di serie e certificato; peso, dimensioni e densità; prove non distruttive come ultrasuoni e fluorescenza a raggi X. Che cosa può fare un privato e che cosa fa un laboratorio.

Un lingotto d’oro da investimento porta con sé le prove della propria identità: il marchio di chi l’ha fuso, il titolo, il peso, un numero di serie e, quasi sempre, un certificato. Verificarne l’autenticità significa controllare che queste informazioni siano coerenti tra loro e con il metallo che si ha in mano. Alcuni controlli sono alla portata di chiunque; altri richiedono strumenti di laboratorio.

Che cosa c’è su un lingotto

Sulla superficie di un lingotto da investimento sono impressi, di norma:

  • il marchio del raffinatore (o del fonditore) che l’ha prodotto;
  • il titolo, cioè la purezza, espresso in millesimi (per esempio 999,9);
  • il peso nominale (5 g, 10 g, 20 g, 50 g, 100 g, 250 g, 500 g, 1.000 g);
  • un numero di serie univoco;
  • talvolta la firma o il punzone del saggiatore che ha verificato il titolo.

I lingotti di piccolo e medio taglio sono spesso sigillati in un blister con una carta che riporta gli stessi dati e che funge da certificato: finché il sigillo è integro, la confezione è parte della garanzia. Per questo la prima regola è non aprire il blister senza motivo.

Il ruolo del raffinatore

La London Bullion Market Association (LBMA) tiene la lista dei raffinatori accreditati «Good Delivery»: produttori che rispettano requisiti di qualità del metallo, controlli di processo e provenienza responsabile. Un lingotto prodotto da un raffinatore accreditato è riconosciuto sul mercato internazionale e può essere rivenduto più facilmente, perché la sua origine è verificabile. La presenza di un marchio noto non sostituisce i controlli fisici, ma restringe molto il margine di dubbio: la contraffazione di un marchio accreditato è un reato e i raffinatori mantengono registri delle serie prodotte.

I controlli alla portata di tutti

Peso. Una bilancia di precisione (al centesimo di grammo per i tagli piccoli) deve restituire il peso nominale. L’oro fino è prodotto con tolleranze molto strette: uno scostamento sensibile è un segnale d’allarme.

Dimensioni. Ogni raffinatore pubblica le misure dei propri lingotti. Lunghezza, larghezza e spessore vanno confrontate con quelle dichiarate: l’oro ha una densità di circa 19,3 g/cm³, tra le più alte dei metalli comuni, e un lingotto dello stesso peso ma fatto di un metallo più leggero risulterebbe visibilmente più grande.

Magnete. L’oro non è magnetico. Un magnete che attrae il lingotto indica la presenza di ferro o nichel. Il contrario, però, non prova nulla: anche il tungsteno, il metallo più usato per le contraffazioni perché ha densità quasi identica a quella dell’oro, non è magnetico.

Coerenza dei documenti. Numero di serie sul metallo, sul certificato e sulla fattura devono coincidere. Il venditore deve essere una banca o un Operatore Professionale in Oro, come richiede la Legge 7/2000.

I controlli di laboratorio

Quando serve una certezza maggiore — per esempio su lingotti di grande taglio o privi di confezione — si ricorre a prove strumentali, in genere non distruttive:

  • Fluorescenza a raggi X (XRF). Uno strumento portatile legge la composizione della superficie e restituisce la percentuale dei metalli presenti. È rapida e precisa, ma analizza solo i primi strati del metallo: non vede un eventuale nucleo di materiale diverso.
  • Ultrasuoni. Un trasduttore misura la velocità con cui il suono attraversa il lingotto. Nell’oro il suono viaggia a una velocità caratteristica, diversa da quella del tungsteno: la prova rivela anime estranee anche se la superficie è d’oro puro.
  • Conducibilità elettrica. Strumenti a correnti indotte confrontano la conducibilità del campione con quella dell’oro fino; molte leghe e il tungsteno danno valori diversi.
  • Densità per immersione. Il metodo di Archimede: peso in aria e peso in acqua permettono di calcolare la densità con buona precisione, senza danneggiare il pezzo.

Le prove distruttive — il saggio alla pietra di paragone con acidi, o la fusione e l’analisi del campione — restano il riferimento ultimo dei laboratori, ma si usano solo quando è accettabile intaccare il lingotto.

Che cosa fa un operatore professionale

Un Banco Metalli non si affida a un solo controllo. All’ingresso del metallo verifica la provenienza (raffinatore, documenti di trasporto, catena di custodia), confronta peso e dimensioni, esegue prove strumentali sui lotti e conserva la tracciabilità di ogni lingotto, dal numero di serie al cliente che lo riceve. È questa continuità documentale — più del singolo test — a rendere affidabile un lingotto nel tempo: un pezzo che esce da un circuito tracciato e vi rientra con i suoi documenti non ha bisogno di essere «riscoperto» a ogni passaggio.

In sintesi

Per chi acquista, le precauzioni essenziali sono poche: comprare da un soggetto autorizzato, pretendere fattura e certificato con numero di serie, conservare il blister integro e, in caso di dubbio, far eseguire una prova non distruttiva da un laboratorio o dall’operatore stesso. Il resto lo fanno la fisica del metallo e la tracciabilità della filiera.

Fonti